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Torna alla homepage Convegno 23 marzo 2001 - atti

Conclusioni

T. Barbini

Volevo fare, intanto, il saluto e il ringraziamento al Sindaco e agli organizzatori di questo Convegno del Governo Regionale. E poi fare alcune considerazioni di carattere più generale, molto brevi, sul tema all'attenzione di questo convegno. E parto dalle cose che diceva il dottor Randi. Il paesaggio, gli spazi aperti, l'agricoltura, come possiamo legare questa problematica alla questione più specifica della produzione della selvaggina e anche quindi della gestione di un Centro come questo.

Solo affacciandosi questa mattina da questo meraviglioso castello, io mi sono reso conto che il paesaggio toscano è stato scolpito dall'uomo, non è un paesaggio naturale, ma è uno straordinario, meraviglioso paesaggio. Capisco meglio affacciandomi da queste mura sulla Valle dell'Ombrone qual'è il valore aggiunto che noi portiamo ai prodotti toscani e mi sono chiesto perché spesso stiano avendo tanto successo, non soltanto per quanto riguarda il vino, ma per quanto riguarda tutti i nostri prodotti tipici, tutti i nostri prodotti legati all'agricoltura e al territorio. Perché aggiungiamo un valore immateriale che sono i nostri paesaggi, la nostra cultura, la nostra civiltà, la sostanza. Presenti in tante altre Regioni d'Italia, però la Toscana porta con sé un fortissimo legame fra paesaggio, fra territorio, paesaggio costruito dall'uomo che è anche stabilità delle sue scelte in termini di difesa di prodotti tipici, del rapporto con il territorio, basti pensare al fenomeno dell'agriturismo, che ha avuto un'espansione enorme negli ultimi anni, siamo passati in Toscana da 400-500 agriturismi nel 1995 agli attuali 2000, negli ultimi anni abbiamo avuto un aumento continuo di quelli iscritti nell'albo degli agriturismi.

Faccio questa considerazione generale perché i paesaggi aperti intesi come tutti gli spazi non forestali sono spesso modellati dalle attività umane, e sono dunque fortemente artificializzati. Ciò è vero soprattutto nei paesi industriali, ove l'evoluzione delle tecniche agricole, l'urbanizzazione crescente della popolazione, l'aumento del tempo libero, hanno fatto considerevolmente evolvere l'influenza dell'uomo sui paesaggi aperti. Complessivamente le tendenze di evoluzione sono attualmente governate da due determinanti contrarie: da una parte l'intensificazione agricola che avviene nei migliori bacini di produzione e dall'altra la cessazione di numerose attività umane nei contesti naturali difficili in conseguenza della loro modesta redditività economica, tutti i territori marginali che abbiamo anche nel nostro territorio.

Le specie di fauna selvatica che popolano gli spazi aperti sono specie di origine steppica. Il dissodamento necessario allo sviluppo dell'agricoltura ne ha favorito l'espansione. Tra queste, la lepre ne avvantaggia moltissimo. I miei collaboratori al Dipartimento dell'Agricoltura quando mi chiedono appunto come è andata la caccia quest'anno, l'attività venatoria in Toscana, io dico che uno degli elementi positivi di quest'anno è l'aumento della lepre, che è un indicatore appunto importantissimo. La discontinuità nel dissodamento, la delimitazione delle parcelle e delle proprietà, le conseguenze della messa in coltura dei terreni, o le cure paesaggistiche, spiegano la presenza di molteplici elementi fissi che strutturano il paesaggio: boschetti, siepe, scarpate, muretti ecc. il cui effetto sulla biodiversità è determinante. E' chiaro che la diversità specifica è legata al grado di chiusura che persiste nell' ambiente, e alle connessioni che legano tra loro questi elementi.

Le diminuzioni dell'attività umana sullo spazio, al contrario, hanno portato alla riconquista dei territori da parte della foresta naturalmente o artificialmente, e la diversità specifica si ravvicina a quella degli ambienti forestali. In più, i progressi tecnici in agricoltura hanno banalizzato gli ambienti riducendone considerevolmente la diversità delle specie vegetali e animali. Essi hanno moltiplicato i fattori antropici di mortalità (intossicazioni con pesticidi, distruzione attraverso le macchine agricole…) e ridotto le possibilità di sopravvivenza della specie colpendo in tal modo le catene alimentari. La corsa degli agricoltori verso i massimi dei rendimenti, incoraggiata dai prezzi garantiti e produttrice di eccedenze ha ormai rallentato in seguito agli orientamenti comunitari e di mercato. La pressione sul costo di produzione, dovuta alla maggiore concorrenza, apre nuove prospettive tecniche per un'agricoltura più estensiva. Le opinioni pubbliche sono, d'altra parte, sempre più coscienti dei danni per la salute pubblica e l'ambiente, causati dalle pratiche intensive non corrette: degradazione della qualità gustativa e/o sanitaria dei prodotti, inquinamento delle acque, distruzione dei paesaggi, regressione della biodiversità. E' maturata quindi la necessità di una maggiore attenzione verso la conservazione degli habitat e delle qualità dell'ambiente ed i riflessi dei Reg. CE 2078/92 e 1257/99 si sono sentiti anche sulla fauna selvatica, che se ne è fortemente avvantaggiata.

C'è posto dunque per nuovi itinerari tecnici, che possono favorire biodiversità e selvaggina. Dopo la conferenza di Rio, numerosi paesi fanno del mantenimento e del ripristino delle biodiversità uno degli assi prioritari della loro politica ambientale, nei testi se non nei fatti. In questo ambito la Toscana è senz'altro all'avanguardia nel contesto nazionale. La funzione assegnata all'agricoltura di gestire gli spazi a vantaggio della collettività viene sempre più affermata.

La presenza della specie selvatica su un territorio è anzitutto il frutto di una storia di co-evoluzione delle specie e della biocnosi di cui fa parte. La presenza di una specie selvatica è ugualmente condizionata da fattori anche esterni (altitudine, suolo, clima…), sui quali l'uomo non può però intervenire, se non nell'adottare la pressione dei prelevamenti alle fluttuazioni dei parametri demografici dovuti agli eventi metereologici. L'abbondanza di una popolazione di specie selvatica è condizionata dai rapporti stretti tra specie e dalle modificazioni naturali o antropiche degli habitat. Ciascuna specie ha un valore biologico e socio economico proprio dai molteplici componenti. Essa presenta per l'uomo un interesse per il quale è necessario intraprendere una gestione non solamente delle popolazioni delle specie ma anche intervenire simultaneamente su tutti i fattori che condizionano il suo avvenire e la sua abbondanza. Gestire è innanzitutto conoscere lo status generale e locale delle popolazioni, l'evoluzione e le sue tendenze, le ragioni che spiegano questa situazione. Da qui l'interesse tanto del monitoraggio delle popolazioni, che degli studi e delle ricerche non solo in biologia, ma anche di natura socioeconomiche.

La gestione integrata dei territori, che condiziona la qualità degli habitat delle specie di fauna selvatica, deve rispondere ad un insieme di interessi molto più ampi dei soli interessi legati alla caccia, che non riguardano solo il prelievo venatorio: essa ha per funzione di rispondere simultaneamente a più obbiettivi:

- gestione delle risorse naturali, quelle rinnovabili utilizzate per l'alimentazione umana; la fornitura di materia prima all'industria, la caccia, certamente; il mantenimento delle qualità del paesaggio e del regime di vita;

- la gestione venatoria deve essere dunque accorpata con la gestione agro-silvo-pastorale, ittica, paesaggistica e turistica.

Noi in Toscana questo equilibrio l'abbiamo trovato grazie alle organizzazioni venatorie anche a parte di associazioni ambientaliste, grazie ad associazioni di agricoltori. La ricerca nel campo del miglioramento delle capacità di adattamento all'ambiente della fauna, in particolare di quella allevata in cattività è suscettibile di notevoli progressi così come indicano i risultati del Centro di Civitella ed esposti oggi.

Le ricerche e le realizzazioni nel campo della genetica, delle tecniche di allevamento e di alimentazione, delle profilassi e della terapia delle lepri allevate in cattività destinate all'immissione sul territorio sono il frutto dei progetti proposti dalla Provincia di Grosseto finanziati dalla Regione Toscana con le risorse del mondo venatorio. Vorrei concludere ringraziando la Provincia di Grosseto, il suo Presidente Lio Scheggi e ricordando che la Provincia di Grosseto:

1) possiede caratteristiche ambientali e faunistiche di estremo interesse;

2) ha condotto apprezzabili esperienze nel campo dell'ambientamento della selvaggina allevata in cattività;

3) dispone, nei tre principali ATC nei quali è suddivisa la Provincia, di numerose ed ampie strutture di ambientamento dislocate negli ambienti più interessanti più interessanti in una prospettiva di recupero ambientale e faunistico;

4) dispone di due Centri pubblici di Produzione della Selvaggina, il primo di Civitella Paganico per la produzione delle lepri, il secondo a Scarlino dove si allevano fagiani e dove è stata realizzata la messa in purezza della Pernice rossa, attraverso una collaborazione, importante, tra Università di Pisa, Istituto Nazionale della Fauna Selvatica e con l'impegno che una volta realizzata la giusta densità di lepri nel territorio, il Centro cesserà di produrre, naturalmente con i tempi biologici. Io vorrei esprimere un ringraziamento che riconosce pubblicamente anche a nome del Governo Regionale il valore del progetto.

Nel Centro pubblico di produzione di selvaggina di Civitella Paganico:

1) sono state messe a punto corrette strategie di allevamento in cattività e di alimentazione finalizzata alla produzione di soggetti idonei alla ricostituzione di popolazioni selvatiche;

2) sono stati selezionati ceppi con caratteristiche tali da assicurare una reale capacità autoriproduttiva e di adattamento alla vita selvatica;

3) sono state messe a punto tecniche e strutture di immissione e di ambientamento idonee a garantire un ottimale processo di adattamento dei soggetti allevati alla vita selvatica;

4) è stata valutata l'influenza delle patologie comunemente caratterizzanti l' allevamento in cattività ai fini di un soddisfacente adattamento delle lepri all'ambiente naturale;

5) sono state perfezionate delle profilassi atte a garantire un buon stato sanitario della lepre durante le fasi dell'allevamento in cattività, del soggiorno all'interno delle strutture di ambientamento e di adattamento all'ambiente naturale vero e proprio;

6) sono state messe a punto strategie di miglioramento ambientale in grado di assicurare alle diverse specie un soddisfacente passaggio dalla vita nei recinti alla vita selvatica.

I benefici che possono derivare dagli studi oggi illustrati finalizzati alla gestione faunistica e venatoria sono estremamente importanti, sia per consentire agli Ambiti Territoriali di Caccia di poter conseguire tangibili risultati nel riequilibrio faunistico del territorio a favore della piccola selvaggina.

E' interesse della Regione Toscana, nel rigoroso rispetto delle autonomie e delle competenze degli altri soggetti pubblici e privati, che queste esperienze e realizzazioni non solo si consolidino, ma si amplino se possibile a collaborazioni fra le Province della Toscana, interregionali e internazionali con i bacini territoriali e climatici analoghi a quelli della Provincia di Grosseto e della Toscana.

Sulla scia di questo Convegno, sono lieto di comunicarvi che ha già preso avvio l'organizzazione di un nuovo Convegno, che avrà per oggetto i risultati del lavoro svolto presso il C.P.P.S. "Casalino" di Scarlino dove ormai sono in produzione oltre 400 coppie di Pernice rossa in purezza. In questo contesto e concludendo, mi è gradito ringraziare il Comune di Civitella Paganico per l'ottima gestione del Centro ed in modo particolare il Sig. Emilio Cappelli e i suoi collaboratori che, con un entusiasmo che non si è affievolito negli anni, hanno contribuito quotidianamente al raggiungimento dei risultati oggi illustrati dai relatori. In questo senso io assicuro anche per il futuro la disponibilità della Regione Toscana.

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